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Emozioni e comportamento

Disgusto fisico e psicologico: a cosa devi fare attenzione e come comportarti

“Lei è disgusto, in pratica evita che Riley venga avvelenata.

Fisicamente e socialmente.”

– Inside Out –

Mentre è facile pensare alla tristezza e alla rabbia come emozioni di base, può essere meno immediato considerare il disgusto una vera e propria emozione.

Eppure nella teoria di Ekman viene anch’esso considerato un’emozione universale comune a tutta la specie umana e presente fin dalla nascita.

Tuttavia è particolarmente influenzabile dalla cultura!

Ecco allora di cosa parleremo:

  • l’origine del disgusto
  • l’influenza della cultura sul disgusto
  • il disgusto psicologico
  • come modulare il disgusto psicologico

L’origine del disgusto

L’evoluzione ha portato l’essere umano a sviluppare diversi metodi di difesa verso le minacce dell’ambiente.

Ad esempio conosciamo tutti la reazione di paura davanti a situazioni pericolose o animali aggressivi, emozione che serve ad attivare determinati meccanismi (attacco o fuga) per favorire la sopravvivenza.

Allo stesso modo, anche il disgusto si è evoluto come emozione di difesa. Ciò da cui ci protegge questa particolare emozione sono tutti quegli agenti potenzialmente contaminanti, tossici, infettivi.

Universalmente le persone sono quindi portate a provare disgusto in modo innato di fronte a cibi avariati o ammuffiti, discariche, secrezioni corporee e perfino nei confronti di alcuni animali che potrebbero essere portatori di malattie. Pensa ad esempio ai ratti o ai piccioni. Se si escludono specifiche fobie, tendenzialmente essi non provocano paura, bensì disgusto.

Dunque la reazione di fronte a questo tipo di stimoli è naturalmente quella di allontanarsene ed evitare o ridurre quanto più possibile il contatto. Infatti la componente fisiologica del disgusto vede una diminuzione della temperatura corporea e del battito cardiaco, così da limitare in qualche misura l’attività della persona. Alcuni eventi o stimoli possono indurre anche conati, con lo scopo di espellere ciò che potrebbe essere entrato nel corpo (anche se si tratta solo di cattivi odori, tipicamente indicatori di sostanze nocive).

L’influenza della cultura sul disgusto

Negli articoli precedenti abbiamo visto che le emozioni primarie (o di base) sono quelle emozioni universali e indipendenti dalla cultura.

Infatti in tutto il mondo un torto subìto provocherà rabbia mentre un’esperienza di perdita darà tristezza. Ma per il disgusto interviene in modo massiccio anche la cultura.

Come è possibile? Andiamo con ordine.

Il disgusto è sicuramente una reazione spontanea innata a situazioni, animali o oggetti contaminanti.

Tuttavia diverse culture hanno sviluppato abitudini e credenze diverse tra loro, le quali a volte possono influenzare l’emozione del disgusto.

Ad esempio, alcune religioni vietano il consumo di carne di maiale. Essa viene infatti ritenuta impura: questo non deriva dal sapore in sé di quella carne, ma da antiche norme igieniche. Pertanto, oltre alla violazione della norma religiosa, nei credenti di queste fedi l’idea di mangiare carne di maiale potrà provocare disgusto.

Ti sembra strano?

In realtà, in qualche modo lo stesso avviene all’inverso per quanto riguarda gli insetti. Molti popoli e culture si nutrono anche di insetti insieme ad altri tipi di cibi per noi più “normali” e questo ci fa spesso provare un moto di disgusto – anche al solo guardare.

Come sai, questo non deriva dall’effettivo gusto degli insetti. La maggior parte di noi non ha mai nemmeno pensato di assaggiarli! E tra chi lo ha pensato, in pochi lo hanno fatto.

Nella cultura occidentale infatti gli insetti non sono inseriti nella categoria cibo, come lo sono invece molti altri animali (al di là che poi si scelga di mangiarli o meno). E anche se al giorno d’oggi si sa che questi animali possono dare un apporto nutritivo proteico rilevante, questo al momento non sta modificando la nostra dieta e la nostra idea in merito a questo tipo di alimentazione.

Ma non c’è solo il cibo.

Pensa ad esempio alla pratica religiosa indiana di immergersi nel fiume Gange. Gli occidentali lo considerano un atto se non altro coraggioso, visto l’oggettivo inquinamento di quel corso d’acqua. Se ti chiedessero di immergerti in quel fiume, quale emozione proveresti? Forse timore, ma con grande probabilità anche e soprattutto disgusto.

Questo non significa necessariamente disprezzare una diversa cultura o non rispettare ideologie differenti.

Abbiamo visto che l’emozione del disgusto è primaria e si è evoluta per proteggere le persone da ciò che considerano tossico o infettivo. Ma abbiamo anche visto come su questo la cultura abbia una grande influenza.

Ritenere disgustosa una pratica a cui non siamo mai stati abituati può avere una funzione effettivamente protettiva o di cautela. A volte però potremmo scoprire che non ci sono fattori realmente nocivi in quella o quell’altra situazione.

Del resto siamo una specie fortunatamente dotata di grande intelletto potenziale e quindi abbiamo la possibilità di informarci e regolare le nostre reazioni per evitare precauzioni inutili oppure interazioni negative con altre persone o etnie diverse dalla nostra.

Ma è possibile che il meccanismo del disgusto si estenda anche a fattori esclusivamente psicologici?

Il disgusto psicologico

Qualsiasi sensazione di disgusto ha la stessa causa all’origine: la possibilità di contaminazione.

E poiché l’essere umano ha una mente molto sviluppata, le persone possono provare anche esperienze di contaminazione non materiale.

Potrebbe accadere ad esempio di provare disgusto nei confronti di un collega dai modi viscidi ed opportunistici (nota l’utilizzo della parola “viscido”, che rimanda a oggetti che danno sensazioni tattili di disgusto!). Anche in questo caso cercherai di mantenere le distanze ed evitare il contatto. Non solo per non essere coinvolto in situazioni poco vantaggiose, ma anche per il sollievo di tenerti lontano da quelle caratteristiche personali che non approvi. Come se rischiassi una sorta di inquinamento morale.

Questo però può diventare un meccanismo pericoloso quando si verifica un’associazione tra disgusto e pregiudizi ideologici.

Un esempio molto attuale è l’atteggiamento di alcuni nei confronti delle persone omosessuali: chi disapprova moralmente l’omosessualità, ritenendola “contro natura”, vive un’emozione di disgusto e repulsione nei confronti di preferenze amorose e sessuali diverse dalle proprie, ma spesso estende questo pensiero alla persona omosessuale nel suo complesso.

Chi la pensa in questo modo non vorrà avere a che fare con nessuna persona omosessuale, come se la normale interazione da sola potesse essere un danno per la propria integrità morale.

Fino a che punto è corretto seguire l’impulso al disgusto?

Come modulare il disgusto psicologico

Non si può veramente reprimere il disgusto nel momento in cui emerge, in quanto è reazione spontanea di difesa da agenti contaminanti. È naturale manifestare repulsione di fronte a stimoli effettivamente e oggettivamente contaminanti, quale ad esempio un locale molto sporco e maleodorante, così come è importante regolare le misure preventive nei confronti di chi porta una malattia infettiva.

Tuttavia è necessario fare attenzione nei modi e nelle parole utilizzate.

Soprattutto, quando si tratta di disgusto psicologico il rischio è quello di lasciarsi trasportare da pregiudizi o ignoranza (intesa letteralmente come non conoscenza).

Invece va comunque portato rispetto alle persone, alla loro cultura e alla loro individualità, pur senza trascurare il proprio bisogno di sicurezza. Ecco alcuni semplici consigli per modulare il disgusto, in particolare quello psicologico.

  • Informati. Se l’istinto ti porta a ritenere uno stimolo, situazione o persona come possibilmente contaminante, considera la possibilità che questo sia dovuto a mancanza di informazioni. Infatti il primo impulso ha la funzione di metterci in allarme, ma a volte il pericolo non è reale! Sapere di più su ciò che hai di fronte ti aiuta a valutare meglio e a mettere in atto il comportamento più adeguato. Ad esempio, potrebbe preoccuparti sapere che quella persona di fianco a te è sieropositiva. Invece è bene sapere che questa infezione non si trasmette con la semplice vicinanza, né con una stretta di mano, né con un abbraccio. Allora potrai mantenere una normale interazione sociale, ben informata e nel rispetto di tutti.
  • Rifletti in modo razionale. Avendo a disposizione informazioni corrette, puoi e dovresti sforzarti di formulare valutazioni razionali anziché affidarti solo al primo istinto. Spesso succede ad esempio di estendere i giudizi negativi su di una persona anche a chi gli è vicino. Prova ad immaginare questa situazione: una persona del tuo quartiere viene arrestata e condannata per un crimine che ti provoca disgusto e repulsione. Questa persona ha un figlio molto piccolo che per fortuna verrà cresciuto in un ambiente sano e lontano dall’illegalità. Purtroppo, è probabile che a distanza di anni molte persone estenderanno in modo automatico il proprio giudizio sul padre anche al figlio, come se il crimine fosse parte di una contaminazione genetica o di vicinanza. Un pensiero razionale permette tuttavia di considerare il figlio come una persona a sé e non come un’appendice del padre. Egli andrà conosciuto in base alle sue scelte e non in base a quelle di altri intorno a lui.
  • Cerca la tua sicurezza, ma con rispetto. I due punti precedenti, molto interconnessi, permettono scelte consapevoli che mettano te in sicurezza da agenti contaminanti sia fisici sia psico-sociali (per tornare alla citazione d’apertura), pur mantenendo rispetto nei confronti delle altre persone. È importante valorizzare le proprie sensazioni ed emozioni, tra le quali anche il disgusto, ma è altrettanto importante essere ben consapevoli di ciò che si prova, del motivo per cui ci si sente così e delle conseguenze positive e negative delle nostre azioni. Capire che una situazione non nasconde dei pericoli reali ti aiuta a regolare il tuo comportamento e anche i tuoi pensieri verso di essa. E vale anche il contrario: sapere che qualcosa di apparentemente innocuo può rivelarsi tossico (fisicamente o socialmente) ti permette altrettanto di mantenerti in sicurezza.

Martina Bortolotti – psicologa: contattiservizicome lavoro.

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